
Intelligenza artificiale: «Il vero rischio è smettere di pensare»

«Il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale domini il mondo, ma che noi smettiamo di pensare». Da qui parte la riflessione del professor Alessandro Pinzani, ordinario di Etica e Filosofia Politica presso l’Università Federale di Santa Catarina in Brasile, intervenuto mercoledì 29 aprile 2026 al Rotary Club Firenze Nord, presieduto da Marcello Janovitz, sul tema «Pensare nell’era delle macchine intelligenti».
Professore, partiamo dalle basi: che cos’è oggi davvero l’intelligenza artificiale?
Non è un cervello e non è un soggetto che pensa. È un sistema che, sulla base di enormi quantità di dati, impara a prevedere e combinare parole. Riesce a costruire argomentazioni molto sofisticate e spesso dà l’impressione di capire. Ma in realtà non comprende nel senso vero del termine.
E allora perché ci appare così simile al pensiero umano?
Perché parla bene. Noi tendiamo a identificare la fluidità del linguaggio con la comprensione. Ma è un’illusione. Un po’ come uno studente che ripete perfettamente una lezione a memoria: sembra capire, ma se cambia la domanda si blocca. L’intelligenza artificiale fa qualcosa di simile, solo in modo molto più sofisticato.
Esiste ancora una superiorità della mente umana?
Parlerei piuttosto di differenza. L’AI ha un’intelligenza funzionale, cioè è molto efficiente nel risolvere problemi e manipolare informazioni. Ma le manca quella che chiamo intelligenza esistenziale: l’esperienza del mondo.
Vale a dire?
Noi pensiamo attraverso il corpo, attraverso la percezione, il dolore, i bisogni. L’intelligenza artificiale no: non ha corpo, non ha vita, non ha una storia personale.
Il corpo è davvero così centrale?
Certamente sì. Il nostro pensiero nasce dall’esperienza: dal fatto che siamo vulnerabili, che percepiamo il mondo e agiamo in base a ciò che viviamo. Un sistema artificiale può calcolare, ma non sente. Senza questa dimensione non può sviluppare coscienza, intenzioni o responsabilità.
È possibile che in futuro sviluppi una vera coscienza?
È una questione aperta. Ci sono ottimisti e scettici. Oggi non abbiamo alcun motivo per considerare l’AI un soggetto. Non ha intenzioni, non ha interessi, non ha un punto di vista. E senza intenzioni non può essere responsabile di ciò che fa.
In questo scenario, che cosa significa oggi fare filosofia?
Fare filosofia vuol dire tre cose: chiarire i concetti, mettere in discussione ciò che appare ovvio ed esercitare il giudizio critico. È un’attività che nasce dal rapporto con il mondo e dall’esperienza. Per questo l’intelligenza artificiale non può fare filosofia: può aiutarci a organizzare idee, ma non a crearle davvero.
Veniamo ai giovani: ChatGPT può diventare un «nuovo Bignami»?
Non è questo il problema. Il problema è quando si delega il pensiero. Se uno studente usa l’AI per scrivere un testo perfetto, non significa che abbia capito o imparato qualcosa. Pensare è un processo faticoso, richiede esperienza e confronto.
Questo vale anche fuori dalla scuola?
Certamente. Pensiamo alle aziende che usano l’AI per selezionare personale o prendere decisioni: è uno strumento efficiente, ma rischia di riprodurre sempre gli stessi criteri e gli stessi pregiudizi. Oppure al rischio opposto: nascondersi dietro l’AI per evitare responsabilità. Dire «non ho deciso io, lo ha detto il sistema». Ma il sistema non decide: esegue criteri stabiliti da esseri umani.
Quindi il problema non è la tecnologia?
Il problema siamo noi. Il rischio è abituarci a delegare il giudizio, a non mettere più in discussione ciò che ci viene proposto. In fondo è una versione aggiornata di ciò che già denunciava Kant: la tendenza a lasciare che altri pensino per noi. Oggi, però, quel «qualcun altro» può essere una macchina.
Professore, qual è il suo messaggio finale?
L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario, ma resta uno strumento. Il vero rischio non è che diventi troppo intelligente, ma che noi diventiamo meno capaci di pensare.
